Archivio dell'autore: Rumi Francesco

"In Search of Simurgh" va a teatro

IN SEARCH OF SIMURGH

con Teresa Ludovico e i Radiodervish Progetto luci e spazio scenico a cura di Vincent Longuemare


“In search of Simurgh” è uno spettacolo nella forma di un’avvincente suite orientale nella quale le canzoni e le musiche dei Radiodervish si intrecciano alle parole dell’attrice Teresa Ludovico.

L’opera teatrale ispirata ad un classico della letteratura Sufi, Il Verbo degli uccelli (Mantiq at-Tayr), scritto nel XII secolo dal mistico persiano Farid ad din Attar, è una ricca e raffinata esposizione di delicata poesia e di profonda sapienza mistica e filosofica paragonabile solo, nella cultura occidentale, alla Divina Commedia di Dante.

La trama rappresenta un esaltante viaggio di formazione, di crescita ed evoluzione interiore.

Lo spettatore viene invitato a compiere un percorso educativo uscendo da vecchie credenze e convinzioni per rinascere ad un mondo nuovo. Un percorso metaforico che risuona con il più profondo desiderio umano di cambiamento e miglioramento della propria condizione.

I Radiodervish e

Teresa Ludovico, narrano del viaggio di uno stormo di uccelli attraverso 7 valli, dell’Amore, della Conoscenza, del Distacco, dell’Unificazione, dello Stupore, della Privazione e dell’Annientamento, per arrivare al Re Simurgh che alla fine si svelerà come un immagine riflessa dei trenta uccelli superstiti del lungo avventuroso cammino.

Aneddoti, racconti mistici e favole d’amore descrivono un meraviglioso affresco di un’umanità composita e popolata da re, principesse, bellissimi giovani dal petto d’argento, fanciulle dal volto di luna, arcangeli che parlano con gli uomini e viandanti poverissimi e pieni d’amore.

I personaggi e le vicende narrate offrono materia ideale per l’affabulazione attoriale di Teresa Ludovico, voce recitante dei suoi scritti “Ali di Polvere”, e per le preziose atmosfere orientali e fiabesche richiamate ed esaltate dalle melodie e dal canto dei Radiodervish con musiche tratte dal loro disco “In search of Simurgh” (pubblicato in Italia nel 2004 – Il Manifesto; Cosmasola s.n.c e in Giappone, Corea, Taiwan, Cina e Taiwan nel 2006 – Cosmasola).

 

Radiodervish. Il suono delle piramidi

di Michele Lobaccaro – Radiodervish

Ieri era il giorno del concerto e l’attenzione è dedicata alla sua preparazione. La sera prima avevo ricevuto il basso elettrico da George, un gentilissimo musicista locale che mi ha assistito con attenzione nella scelta. Dedichiamo la mattina alle prove per ripassare lo spettacolo per poi recarci all’una al Cairo Opera House per il sound check. Il Teatro fa parte di un bellissimo complesso dedicato a sale concerti e esposizioni. I cartelloni sono ricchi ed internazionali e la parte del leone la fa l’opera italiana. La sala nella quale suoniamo è tutta in legno con intarsi con simboli islamici e piccole finestre policrome ed allungate lungo le pareti: un gioiellino. L’aria condizionata non ha mezze misure o accesa o spenta, naturalmente la teniamo accesa visto il caldo umido che avvolge la città. Ci dicono che un tempo, prima della costruzione della diga di Assuan che blocca il Nilo impedendone le storiche esondazioni che creavano il fertile limo di scolastica memoria, il clima non fosse così umido e che l’estate fosse più sopportabile. E di quanto sia insopportabile la calura estiva lo testimonia il fatto che quest’anno che il mese di digiuno diurno del Ramadan cade ad agosto, il governo post rivoluzionario ha deciso di non spostare l’ora legale in modo da non far capitare l’ora del tramonto troppo tardi ed evitare un ulteriore disagio alla popolazione. E i segni della rivoluzione sono tanti, dal fatto che piazza Tahrir è sempre presidiata da gruppi di persone che improvvisano discussioni politiche, danze e canti fino alla presenza per le strade di squadre di giovani studenti attivisti che in mezzo al traffico si mettono a ridipingere gli spartitraffico e la segnaletica accompagnandola alla scrittura di slogan pro rivoluzione.

Questo fenomeno del rimettersi in gioco in prima persona e di prendersi cura della cosa pubblica è il cambiamento più visibile della psicologia collettiva che fin dai primi momenti ha visto, nei momenti di maggiore anarchia della transizione, gli uomini dei quartieri richiamati dagli appelli lanciati dai minareti, autorganizzarsi per la difesa e il controllo del quartiere, oramai senza polizia, e nella pulitura delle strade. Infatti la polizia, direttamente controllata dal vecchio regime, aveva fatto uscire i criminali comuni dalle carceri e si era dileguata. Per lunghi giorni l’esercito era stato fermo a guardare l’evolversi della situazione prima di schierarsi dalla parte del popolo e

quindi i venti milioni di cairoti sono stati lasciati a se stessi ed alla loro personale iniziativa. Nel frattempo ogni giorno bruciava un palazzo del potere non ad opera dei manifestanti bensì di chi aveva interesse a far sparire documenti e prove delle malefatte del vecchio regime.
Dopo il sound check siamo torna a casa per riposarsi in vista dello spettacolo che qui inizia alle 20. I taxi del Cairo sono dei mondi a sé, a parte il fatto che fare il taxista è un secondo lavoro per molti che devono mantenere la famiglia. Una necessità visto che lo stipendio medio statale è di cento euro al mese. Ci sono due tipi di taxi, quelli bianchi e quelli neri. I primi hanno aria condizionata e tassametro mentre i secondi sono vecchi e scassati e ottimi per respirare l’abbondante Co2 facendo una sauna. Naturalmente preferiamo i bianchi anche perché ogni volta che ci monti su è un’avventura sonora: c’è chi ascolta l’immancabile Umm Kalthoum c’è chi segue un radio romanzo tratto da una novella del premio nobel della letteratura Nagib Mahfuz e chi la diretta della partita di calcio tra la squadra delle reclute dell’esercito contro quella degli ufficiali. L’esercito, lo avrete capito, è una presenza molto importante nella vita e, per così dire, nella morte degli egiziani. Dopo un’intervista con una televisione cairota siamo pronti per salire sul palco di una sala piena ed accogliente. Ora sentiremo cosa questo pubblico vorrà restituirci di ciò che dal palco lo raggiunge. L’eterogeneità culturale e linguistica degli spettatori, composti da molti cairoti culturalmente curiosi, da studenti egiziani che stanno imparando l’italiano e da italiani che sono venuti a lavorare o a studiare l’arabo e sono rimasti affascinati da questo mondo, è congeniale al multilinguismo delle nostre canzoni. Il concerto è un invito al viaggio lungo le rotte della nostra emozione. Gradualmente gli applausi ci dicono che ci stanno seguendo e alla fine la sensazione è che abbiamo compiuto un pezzo di strada insieme, forse per questo dopo il concerto ci salutiamo come se fossimo dei vecchi compagni di viaggio.
Facciamo foto con tanti giovani e mi fermo a parlare con un gruppo di ragazzi egiziani che studiano dai salesiani e stanno per diplomarsi come operai specializzati e che desiderano fare l’università in Italia. In effetti a parte le scuole private qui il sistema scolastico pubblico sembra il modello al quale vorrebbe tendere la nostra Gelmini: aule di 60 alunni che fanno i turni, professori sottopagati ed aule fatiscenti, un ottimo mix creato da 30 anni di Mubarak per far dilagare l’ignoranza popolare con la quale rendere invisibili i loschi traffici della casta e far credere che non esistono alternative alla miseria materiale e spirituale.

Ma tutto questo pare non aver fatto i conti con l’avvento di internet che ha una grande responsabilità nell’aver cambiato la percezione da parte dei giovani della situazione in cui vivono dando accesso a fonti di informazione diverse da quelle controllatissime dal regime. L’unica via d’accesso al mondo esterno per molti egiziani era il grande flusso di turisti stranieri che tra l’altro dopo la rivoluzione si è di fatto fermato tanto che alle piramidi di Giza siamo in pochi e parcheggiamo praticamente sotto la grande piramide di Cheope e, superato l’assalto dei mille venditori che accaparrano i radi turisti che giungono, riusciamo ad entrare nella stanza funeraria situata nel centro perfetto della piramide. Siamo soli in questo luogo magico e cominciamo ad apprezzare l’acustica della stanza dove cominciamo a turno a cantare godendo insieme del profondo stato di rilassatezza prodotto dal lungo reverbero della camera di Cheope che ci fa appunto da cassa di risonanza. Prima un canto funerario arabo poi il Gloria ed infine una stisa salentina. Rimaniamo a lungo incantati nel centro della piramide e ci godiamo questo ulteriore inaspettato regalo del nostro breve tour.

 

Radiodervish. Rinascimento Mediterraneo

Laptop Repair Made Easy – Hd Video Series

/www.radiodervish.com/wp-content/uploads/2011/06/Piazza-Tahrir-01-300×225.jpg” alt=”” width=”300″ height=”225″ />

di Michele Lobaccaro – Radiodervish

La musica ha bisogno di luoghi nei quali risuonare. Suono e spazio sono strutturalmente interconnessi, basta pensare che banalmente un suono ha bisogno di un certo ambiente che gli faccia da cassa da risonanza e che la qualità e la quantità di questo spazio modificano la natura del suono stesso. E la nostra musica si è sempre nutrita di luoghi reali ed immaginari fin dalla fase iniziale della composizione colorandosi con paesaggi a volte visitati e, spesso, mai visti di cui si trova traccia anche nei nostri testi e nei nostri titoli: Gaza, Erevan, Belgrado, Beirut, Il Cairo hanno fatto da tappe ideali di un itinerario immaginifico nel quale si specchia la nostra poetica.

Quindi questo viaggio verso Il Cairo, in un certo senso, lo abbiamo percorso innumerevoli volte con la nostra prefigurazione , grazie al fatto che la musica fa viaggiare pur rimanendo fermi, così come fa la radio della quale non a caso conserviamo orgogliosamente traccia nel nostro nome.
Adesso il tragitto lo stiamo effettivamente compiendo e misureremo la distanza tra il viaggio ideale e quello reale.

Siamo partiti con ancora negli occhi le immagini della piazza della Puerta del Sol di Madrid, dove per la prima volta tanti giovani occidentali provano a ricevere e a fare proprio l’esempio di migliaia di ragazzi e ragazze mediorientali occupando spazi con rivendicazioni di maggiore giustizia, libertà e democrazia contro quella che si mostra sempre più come un’Europa di banchieri dove la crisi viene fatta pagare ai più deboli. Il pensiero spontaneo dice che il modello stia nelle recenti immagini di piazza Tahrir gremita per giorni da migliaia di uomini e donne che con determinazione hanno dato slancio ad un movimento di profonda trasformazione democratica che era già iniziato in Tunisia e che sta dilagando in tutti i paesi arabi.

Da qualche mese a questa parte sembra quasi che la direzione geografica della storia si sia invertita e che il suo motore si è spostato nella costa sud del Mediterraneo che ora appare così dinamica di fronte ad un attonito occidente che si mostra sempre più arroccato e fermo in un privilegio fatto di un benessere che oramai si ha il terrore di perdere e che si traduce nel rafforzamento di identità egoistiche incapaci di aprirsi all’altro. Una stasi provocata anche da decenni di mito individualista e consumista introiettato da almeno due generazioni.
Citando Don Tonino Bello, una grande vescovo visionario e quasi profetico nato e vissuto in Puglia che lui vedeva come “arca di pace” piuttosto che un arco di guerra, in medio oriente si sta iniziando a costruire una coperta cucita con i sogni individuali delle persone semplici che, messi insieme, diventano un grande sogno collettivo e che, proprio per questo, può diventare prossimo alla realtà. Per noi è un forte invito a stracciare la coperta prodotta dalla somma delle paure individuali.
E dall’oriente sembra oggi soffiare un vento che trasporta i valori della solidarietà e esalta i frutti della relazione con l’altro per uscire dall’incantesimo di un ego chiuso nel recinto delle paure fomentate ad arte da una classe politica sempre più distante dai veri problemi delle popolazioni.
Solo qualche anno fa ha avuto un certa diffusione un libro di Samir Kassir, un intellettuale libanese ucciso in un attentato a Beirut nel 2005, intitolato L’infelicità araba dove si poneva l’accento su una sorta di rassegnazione e destino negativo che gli arabi hanno dovuto subire fino ad averlo introiettato nella propria psicologia collettiva dopo una breve età dell’oro rappresentata dall’espansione dell’islam fino al periodo della cultura arabo andalusa del XIV secolo.
Questa visione venata di un amaro pessimismo sembra lasciare posto in questo straordinario 2011 a una specie di entusiasmo che fa quasi pensare ad un inizio di rinascimento. Sarebbe interessante se questo rinascimento riuscisse ad uscire dall’ambito mediorientale e prendesse una connotazione mediterranea coinvolgendo insieme le popolazioni del sud e del nord Europa.
Non dimentichiamo che in fondo l’umanesimo e il conseguente rinascimento europeo furono fortemente influenzati da una migrazione di intellettuali orientali alla corte di Firenze dopo la caduta di Costantinopoli.
Le cose nuove in effetti si generano dall’ibridazione tra elementi diversi e apparentemente distanti.

Sarà interessante far risuonare il nostro suono e le nostre parole nei luoghi sacri della cultura mediorientale in quei posti dove veniva celebrato il rito dei concerti ormai mitici di Umm Kalthoum i quali rappresentavano, negli anni cinquanta e sessanta, un appuntamento settimanale che addirittura bloccava il traffico nelle strade di tutti i paesi arabi, da Marakhesh a Baghdad, perché le popolazioni si riunivano attorno alla radio per ascoltare la voce magica di questa grande cantante che attraverso i poemi scritti appositamente per lei creava uno stato di estasi collettiva che allo stesso tempo contribuiva a rafforzare l’identità panaraba.
A questo proposito si racconta che perfino Israele abbia scelto di cominciare una guerra conto l’Egitto proprio nella sera in cui cantava Umm Kalthoum con l’intento di cogliere di sorpresa l’esercito egiziano sicuramente anch’esso distratto dal fascino della sua voce.

Il nostro viaggio è iniziato e già atterriamo al Cairo mentre la lunga striscia argentata del Nilo ci indica la meta e i campi coltivati intorno mandano riflessi di luce bianca segno di una grande fertilità che improvvisamente lascia spazio al deserto e che sembra inghiottire con i suoi colori i quartieri periferici della città.
La strada dall’aeroporto alla villa dove veniamo ospitati è costellata da numerose moschee ma anche da altrettante grandi chiese e forse viene da pensare che le invettive islamofobe che dicono che in medioriente non si possono costruire luoghi di culto per i cristiani siano il frutto di pregiudizi interessati.
Lungo la strada a casermoni color sabbia si alternano delle bellissime ville decadenti costruite nei primo del novecento che sembrano fantasmi di un passato aristocratico di una città che nel nome porta il suo destino: Il Cairo, la vittoriosa.
Dopo cena ci dirigiamo verso piazza Tahtir. Perdendoci

nel traffico di una città che non dorme mai costeggiamo le rive ricche di vegetazione del Nilo dove ci sono innumerevoli locali segnalati da luci coloratissime e da dove provengono musiche e profumo irresistibili.

Attraversiamo il ponte che ci porta direttamente nella piazza dove famiglie parcheggiano la macchina e sistemano le sedie e i tavolini per prendere il fresco fumando il Narghilé e mangiando frutta secca. E’ una visione, per chi vive a Bari, alquanto familiare in quanto accade la stessa cosa sul nostro lungomare, narghilè a parte. In piazza, come ogni venerdì, ci sono dei manifestanti a ricordare che la rivoluzione non è affatto finita e che c’è una forte volontà di portare a compimento un cambiamento che per il momento ha visto uscire formalmente di scena il vecchio regime ma che non ha ancora fatto dei progressi chiari e risoluti nella direzione voluta dalla rivoluzione dei mesi scorsi.
In un traffico che a noi pare caotico ma che ci assicurano essere modesto rispetto al normale, forse perché oggi è venerdì, quindi giorno di festa, c’è una grande aiuola verde che oramai è entrata nell’immaginario di tutti perché proiettata da tutte le televisioni del mondo. In questo ampio spazio verde sono riuniti i manifestanti che oramai, sono le undici di sera sono poche centinaia. Nonostante l’ora tarda assistiamo, appena entrati in piazza, ad alcuni tafferugli con la polizia che in breve si dilegua lasciando il posto a gruppi di giovani e di famiglie con bambini che sembrano accampati nel prato come per fare un pic nic. Appena arriviamo siamo accolti da sorrisi e da venditori di gadget della rivoluzione: fasce con i colori della bandiera egiziana e pittori improvvisati che dipingono i colori della rivoluzione sulla pelle. Le amiche dell’associazione Baad el bahar che ci accompagnano ci mostrano gli angoli ormai storici della piazza indicandoci i luoghi dai quali le telecamere di Al Jazeera diffondevano in diretta le immagini degli scontri fino al momento in cui la censura del regime uscente li ha costretti a sgomberare.
Ci dicono che venerdì 27 maggio ci sarà un’altra grande manifestazione: è già iniziato il tam tam su twitter per un nuovo venerdì della rabbia.
Allineati sull’aiuola ci sono dei cartelli con delle vignette che spiegano le rivendicazioni dei manifestanti ed in particolare mi colpisce uno dove una mezzaluna ed una croce sono quasi abbracciate a simbolizzare la volontà di non cadere ella trappola degli scontri interreligiosi fomentati da una controrivoluzione strisciante. Il sorriso e l’entusiasmo dei giovani che sembrano essere consapevoli di essere diventati un po’ delle star perché vengono seguiti con simpatia dal resto del mondo sembra infondere una tenerezza che quasi fa dimenticare l’alto costo in termini di vite umane pagato in questa piazza. Comitive di ragazzi sembrano a tratti discutere in capannelli e improvvisamente giocare rincorrendosi, e come se per molti di loro non ci sia alternativa se non rimanere qui a sperare ed aspettare fintanto che questa piazza continuerà ad essere il centro di un mondo in profonda trasformazione.